A me stesso, alla mia dedizione, ai miei amici

PROLOGO
Attenzione: Luoghi, fatti e personaggi NON fanno riferimento ad eventi storici realmente accaduti.
indice
PERSONAGGI...........................................5
PRIMO CAPITOLO.................................7
SECONDO CAPITOLO........................20
TERZO CAPITOLO...............................24
QUARTO CAPITOLO...........................34
QUINTO CAPITOLO............................43
SESTO CAPITOLO................................51
SETTIMO CAPITOLO.........................60
OTTAVO CAPITOLO............................67
NONO CAPITOLO................................74
DECIMO CAPITOLO...........................81
UNDICESIMO CAPITOLO...............94
INDICE
DODICESIMO CAPITOLO..............................................99
TREDICESIMO CAPITOLO........................................104
QUATTORDICESIMO CAPITOLO...........................109
QUINDICESIMO CAPITOLO....................................115
SEDICESIMO CAPITOLO...........................................123
DICIASETTESIMO CAPITOLO................................129
DICIOTTESIMO CAPITOLO......................................131
RINGRAZIAMENTI......................................................144
PERSONAGGI
Samu Duraruzu di Balocco (L'Imperatore)
Mariolone Bubbarello (Maresciallo)
Tulipano Gianpierpaolo (Il Sommo)
Duetscher Frosch (L'Anfibio Depresso)
Bruco Gianluco (L'Anellide)
Ocram Gutmann (L'Imperatore Sfeniscida)
SAGA
PIANETA TERRA
ARCO 1°
LA GRANDE EPOCA
CAPITOLO I
L'INIZIO DI UNA NUOVA ERA
Correvano gli anni dell'adultezza per il giovine Samu Duraruzu I di Balocco, che cercava di distaccarsi sempre più dalla sua famiglia d'origine, col forte desiderio di ricostruire da zero la sua nuova vita, lasciandosi alle spalle tutto il resto. Ma si sa: «“Da un grande gentilizio derivano grandi responsabilità"». Possedere una nomea così importante per la penisola Italica non fu affatto semplice: venir costantemente e quotidianamente omologato alle proprie radici era diventato, per Duraruzu assai opprimente. Col passare degli anni
Samu finalmente capirà che, per cambiare vita, bisogna necessariamente conoscere sé stessi. Ed è per questo che decise di cambiare, di cambiare ambienti, luoghi e persone. Un posto nuovo e con stimoli del tutto diversi sarebbe stato l'inizio del lungo percorso dell'autoconsapevolezza. Estremamente in difficoltà, Duraruzu cercò conforto dai suoi due fedelissimi amici Tulipano Gianpierpaolo e Macco Mariolone Bubbarello. Dopo un lungo e tortuoso discorso, Samu realizzò che era giunto il momento di agire: con la determinazione nei suoi occhi, prese una decisione che avrebbe cambiato ‘l corso della sua vita, guidando il Trio verso un destino ancora
sconosciuto. Ed è così che, finalmente, la storia de "I Compagni di Viaggio” ebbe inizio. Il Trio s’incamminò alla ricerca di una landa desolata. Tra vari giorni di ricerca, fra mari e monti, acqua e cielo, trovarono una minuscola isola abitata da nessuno, situata a nord della Sicilia, dove passeranno il resto delle settimane successive. L'Irlandese, oramai divenuto pseudonimo di Mariolone Bubbarello per via della sua chioma rutile, si appropinquò alla spalla di Duraruzu e gli chiese, con un senso di totale delusione e dissenso: «Ma cos'è sta roba?». Samu, alquanto confuso, ribatté con un tono stranito: «"Sta roba" cosa?». «'St'isola è minuscola, per Diana! Non ce sta
manco la foglia di Tulipano!» disse Marco, con voce nientepopodimeno irritata. Il Saggio Duraruzu si zittì, perché consapevole delle infime dimensioni dell'Isola da loro stessi scelta, ma nel profondo nutrì un senso di speranza, perché sa che lui e l'Irlandese potranno riscattarsi mediante future conquiste, che renderanno quell'Isola un prosperoso Impero. Il giorno seguente I Compagni di Viaggio iniziarono ad assegnare la nomenclatura del possedimento territoriale: «Con i poteri che mi sono stati conferiti dal popolo, io Duraruzu, battezzo ufficialmente quest’isola di solamente dieci chilometri quadrati, come l’Isola Duraruza!» disse Samu con decisione. «Quest'Isola è
indubbiamente minuscola, ma noi Dlarzzidi riusciremo a reinventarci, non solo come popolazione, ma come una nazione, o per meglio dire, un Impero: l'Impero Duraruzo.» disse Duraruzu, mentre la folla delirava. «Da oggi, sarete i miei prodi. Inoltre, da ora in avanti mi indentificherò come il Saggio, Piissimo, Misericordioso, Serenissimo, Santo Pontefice Massimo Bovino Imperatore Duraruzu I» continuò l'Imperatore, guardando in modo deciso e rassicurante i suoi seguaci. «Be’, fatti or’ non ci resta che fare l’Isola Duraruza, che dici?» disse Mariolone, con un tono quasi preoccupato, perché difatti, l'Isola era ancora vuota. Dunque, i tre Dlarzzidi si inoltrarono verso
'l centro del territorio, gettando le basi per la legittimazione dei tre settori economici, istituendo zone agrarie ove coltivare innumerevoli specie esotiche e grano saraceno, luoghi dove allevare prolifici bovini ed equini bellici, miniere da cui ricavare i pregiati minerali liliacei e le risorse energetiche fossili, le istituzioni bancarie e amministrative. Allora l'Irlandese, con aria realizzata disse all'amico: «Wa, Samu siamo troppo forti, alla faccia del business!». Fu dunque allora che lo stesso Samu chiese, in modo sincero al suo compagno Bubbarello: «Grazie, ma ci serve 'na moneta! sennò come 'e venno le patane?». I due si fissarono con un'aria circospetta, cotale questione
risultava essere così tanto scontata quanto complicata da domare, perché definire una valuta significava dettare delle Costituzioni, imporre ai sudditi e creare ciò che ne sarebbe stato simbolo della figura Imperiale. L'Irlandese scavò nei meandri della sua psiche, ed allora esclamò in lingua veneta, per fissare meglio il concetto: «Samu, te ricordi quanno su Minekreft ci stava cheł błocco marso color de l'escrementi? I Consenti? Che ne dici se lo facessimo la moneta dell'Impero?». L'Imperatore fissò l'interlocutore con un'espressione facciale senza pari, tale ascensione che colpì il volto del Sovrano fu solcato dagli occhi spalancati, che stavano cercando di immaginare
marso color de l'escrementi? I Consenti? Che ne dici se lo facessimo la moneta dell'Impero?». L'Imperatore fissò l'interlocutore con c spalancati, che stavano cercando di immaginare quella che sarebbe stata l'incantevole realtà di un Impero perfetto, completo, e quando associò tale immagine, che tanto sembrava lontana, alla proposta dell'Irlandese, egli accettò. E fu allora che i Consenti divennero uno dei simboli ineluttabili e intramontabili dell'Impero. «Moneta check, istituzioni check, campi per i marsoni check, miniere povere check, ci dovrebbe sta' tutto, no?» queste furono le parole pronunziate da Mariolone, una volta realizzato che il loro travagliare alla
ricerca dell'assoluto finalmente si concluse. Finalmente si avanzò al passo successivo, i meri edifici non furono altro che l'illusione di prosperità, perché in un pianeta con delle società estremamente bellicose e feroci, corrotte dalla spudorata ricerca dell'onnipotenza, ciò che contava per quella misera Isola di dimensioni completamente infime per la società di allora era l'esercito, affinchè il bellum non rappresentasse una minaccia per il nascente Impero. Il Tulipano allora recitò le seguenti parole, quasi ad organizzare una cerimonia d'iniziazione dell'esercito: «O Mariolone Bubbarello, padre e mio creatore, ti dichiaro Generale dell'Impero
Duraruzo, in nome dell'Imperatore Santissimo, Serenissimo, Piissimo, Misericordioso, Sua Maestà Dlarzz». L'Irlandese si fece chiamare Ocram Trotsky, il Generale, Ocram Trotsky. Il resto è noto. Il Santo Padre finalmente si sentì onorato di aver visto in un giorno sbocciare, come il Sommo Tulipano Gianpierpaolo, un Impero che rispecchiasse il Serenissimo a sua immagine e somiglianza. Fu allora che si propose ad alta voce, quasi fantasticando: «E se conquistassimo la Russia?». Il Generale credette di aver a che fare con una reale proposta, una dichiarazione di guerra che chiunque sarebbe stato impaurito di pronunciare. Quasi colto da un senso di sfacciataggine e determinazione,
l'animo dell'Generale baldanzoso pronunciò due parole che dettarono la storia Imperiale: «E sia.». Sembrava ormai tutto pronto, chiunque non si sarebbe immaginato lo scoppio di una guerra simile, ma alla fine, a dispetto delle aspettative, iniziò eccome, ma quando la marcia ebbe inizio, terribili suoni di deflagrazioni, urla, parole incomprensibili, si levarono dalle mura del centro, dove si ergeva il Palazzo Presidenziale. Due individui alquanto fastidievoli terrorizzano i sudditi e infangando la dignità Imperiale, vandalizzando uno dei Simboli più possenti e determinanti dello Stato dei Dlarzzidi. Essi erano nient'altro che l'Anellide Bruco Gianluco e l'Anfibio, il Depresso, lo Spaziale, Deutscher Frosch. Quando agli occhi terrorizzati
dalla paura di aver perso tutto, di aver sprecato tempo, energie, e orgoglio dell'Irlandese, si mostrò il corpo vile dell'Anellide, l'ira funesta di mille colpi si manifestò fra i presenti. O Musa Calliope, solo lei può immaginare la cotanta ira, lo spargimento di sangue e il dolore che si levarono in quella piazza, quando l'Irlandese, il Sommo e il Serenissimo imbracciarono le baionette e arrestarono i due bruti. Furono condotti in tribunale, sottoposti al processo nel Tribunale
Imperiale, una corte che nessuno avrebbe mai nemmeno immaginato di osservare, perché essere coinvolti in una di quelle questioni, sarebbe stata una perdita di dignità e di libertà. L'Anellide tentò di vestire i panni di Procuratore, al fine di
difendersi dinnanzi ad un giudice - testimone, al Generale che lo aveva scoperto e al Sommo, la cui contestazione d'opinione sarebbe stato non un atto sacrilego, ma molto di più, un gesto di profondo disonore, che avrebbe immerso nella vergogna le generazioni successive, come poi si vedrà nel futuro più tardi. Ci giungono tali parole, trascritte dal dattilografo del tempo, lo stesso Generale: «@Bruco Ja ragà, ma che volete mo, ceh, nun me pare c'avemo fatto chissà che uammamij.» Tale
affermazione non fece altro che adirare maggiormente le autorità. L'Anellide e l'Anfibio piangente subirono la schiavitù a tempo indeterminato. Furono innumerevoli i tentativi di fuga e inesorabili le pene aggiuntive.
CAPITOLO II
UN CONFLITTO ALL'APPARENZA INSUPERABILE
«March! Sull'attenti! Avviarsi!» comandi che furono dettati dalla coraggiosa bocca dell'Irlandese e seguirono le direttive del Serenissimo e la protezione del Sommo Tulipano. Si giunse a Mosca. I soldati che ballavano il Kalinka. Una rivoluzione imminente, destinata a gettare le basi per la rinascita delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e a lasciare ripercussioni nel tempo a venire. Si comprese che fosse il momento migliore. Sua Maestà annuì, si sentì emozionato, provato dalle vicende passate ma
determinato: «Alla carica!» esclamò. O Musa Calliope, aiutami a raccontare le vicende di un conflitto più sanguinoso di qualunqu’altra guerra! O quante anime di uomini caduti salirono nel regni d'oltretomba, o quante urla strazianti si levarono dalle bocche degli armati. Si sperava che si trionfasse, si credette che la vittoria fosse certa. Ma i ghigni sparirono al sentire di una sola vocale. Il Serenissimo si voltò, mentre il Sommo stava dirigendo la condotta dei due bruti schiavizzati, l'Irlandese subì un colpo di baionetta in pieno petto. Agonizzava, vide luci che gli parvero essere l'ultime. Gridava, chiedeva aiuto, gemeva dal dolore, ma tutti furono impotenti dinnanzi alla
sofferenza straziante e insopportabile che elli stava provando. L'Anellide, riconobbe quella voce che tanto detestava, prese un pugnale e tentò di affondarlo nelle membra del Generale già in fin di vita. Tutti ne furono talmente angosciati che alla fine l'Anfibio non resistette. Sparò all'amico bruto, e quello cadde. Il Serenissimo fornì cure rapidissime al Generale purché tornasse in forze. Un momento di tale tensione si levò fra il gruppo, mentre i superstiti continuavano a lanciare razzi, a sparare proiettili plumbei, e a duellare con le loro lame ferree. Si dovette premere un sol' bottone scarlatto, che quando entrò in contatto con i polpastrelli dell'Irlandese portò ad una sola
scena fluttuare dinnanziagli occhi dei guerrieri Dlarzzidi. L'Impero Duraruzu ha conquistato la Russia. Un'imponente immagine del Serenissimo si spiegò in cielo e si levò una statua in onore del Piissimo. Il senso di soddisfazione fu ineguagliabile. La conquista della Russia permise all'economia dell'Impero di giovare delle sue ricchezze immense.

CAPITOLO III
I POSTUMI DI UN TRIONFO SENZA EGUALI
Vi fu la marcia di ritorno in patria. La rigogliosa Isola, capitale del territorio di cui il Serenissimo era a capo. Il nucleo slavo era nelle mani dei Dlarzzidi, e mentre si decidevano le pene che si sarebbero avventate sul bruto Anellide, ci si compiaceva festeggiando e fantasticando della gloria di cui ci si era riempiti. Nel contesto politico dell'epoca l'ascesa dell'Impero Duraruzo come una potenza influente non passò inosservata agli occhi del Mondo. La sua rapida espansione territoriale destava preoccupazioni tra i paesi Europei, tra cui
la Gallia e il Regno Unito. Duedelle potenze dominanti del continente, che decisero di agire contro i Dlarzzidi stipulando un'alleanza che prevedeva una stretta collaborazione militare e strategica. Tale accordo non fece altro che scatenare accese proteste dei corrispettivi popoli. C'era chi sosteneva che un'alleanza così stretta potesse alimentare la tensione tra gli Stati; e c'era chi, invece, sosteneva che l'accordo fosse una risposta adeguata per marginare la crescente espansione dell'Impero. «Come può ‘n’Isolotto come il nostro aver causato un tumulto del genere?» si domandò l'Imperatore rivolgendosi ai Dlarzzidi. Tuttavia, i dubbi del Santissimo rimasero tali.
Nel tentativo di placare le crescenti proteste a Parigi, considerata la fucina del dissenso più tangibile, i Dlarzzidi si spostarono verso i confini della Gallia. Gli intenti bellici dei francesi sul fronte, però, non lasciarono scampo alle truppe Duraruziane. Fu lo stesso Generale a ordinare la ritirata delle truppe. Il volto deluso e sconsolato dell'Imperatore non si addiceva alla sua possente immagine. Il sapore della sconfitta fece ardere ancor di più l’animo bellicoso dei Dlarzzidi. «I francofoni ci hanno sbaragliato, ma questa volta non ne passeranno indenni. Nei prossimi giorni ci recheremo a Londra. Ha ora inizio la Missione Napoleone» disse il Pontefice con baldanza.
A differenza della situazione critica in Francia, in Inghilterra regnava la calma. Le milizie approdarono presso il molo sulla costa Britannica e scesero dall'eroico naviglio Imperiale. Marciarono tra le strade londinesi, accompagnati da un cielo grigio scuro e dai caratteristici edifici vittoriani della città. Giunsero al maestoso Buckingham Palace. La sua meravigliosa immagine, però, venne infangata dalla presenza delle schiere di milizie inglesi che circondavano la piazza antistante al palazzo, consapevoli dell'imminente attacco. O Musa Calliope, ci guidi attraverso questo conflitto! E che i nostri soldati emergano gloriosi tra le macerie! La battaglia si accese in un istante. Fra le scariche
di colpi avversarie e il trambusto creato dalle detonazioni, i Dlarzzidi avanzarono verso la sontuosa dimora della famiglia reale britannica. Si fecero strada attraverso la fatiscente sala del trono e tentarono il colpo ai due sovrani. Per un istante, l’aria parve congelarsi. Gli occhi ardenti del leader Dlarzzida si accesero di una luce più intensa, come se valutasse l’onestà delle parole dei sovrani. Alla fine, si chinò leggermente, un gesto di puro rispetto. Il Regno Unito unitamente a tutti gli Stati che lo componevano e le due Irlande divennero ufficialmente alleati con l'Isola. l pensiero di grandezza, però, si sostituì con uno di preoccupazione e responsabilità. Il Santo Padre si
alzò, e dinnanzi al leggio Parlamentare pronunziò le seguenti parole: «Riunione d'emergenza! i francofoni vogliono penetrare nei nostri territori! Richiamo a me le divinità! Ci dobbiamo dare una mossa, altrimenti codesti soggetti causeranno la distruzione psicofisica della componente superiore dei nostri corpi!». Alchè l'Irlandese rispose con codeste parole: «Contatterò le forze speciali olandesi, scozzesi e irlandesi e sbaraglieremo in me che non si dica i francesi!». La marcia verso la Grande Nazione si fece sempre più avvincente, non solo per il desiderio di rivalsa, ma perché, oltre i Dlarzzidi c'erano popoli così diversi tra di loro ma con la stessa identica indole. Le
milizie Imperiali galopparono coraggiosamente attraverso la Penisola Italica, e una volta oltrepassate le Alpi varcarono ancora una volta quei confini che risultavano assai familiari ai Dlarzzidi. Ma ebbero una certezza in più: la vittoria. I sudditi, per la libertà che guidò il popolo, mostrarono la scintillante bandiera dell'Impero, simbolo di unità della nazione. O Musa Calliope, mi aiuti a rimembrare i momenti prima del disastro, prima delle perdite subìte. O quanti sudditi caddero in battaglia! Fu da quel «Pedro!», un grido intriso di rabbia, che la lotta ebbe inizio. Oramai i gingilli esplosivi offuscarono le loro viste, il trambusto delle esplosioni non fu facile da scordare. Ma
oramai non c'era più niente da fare: i parigini non potettero scontrarsi contro le forze armate dei sudditi Dlarzzidi. Come già successe molteplici volte nella storia, la Grande Nazione palesò l'iconica bandiera bianca, in segno di resa. «O ma che onore, cari miei sudditi! Meglio di quel pastrocchio d’acciaio che presiedeva il centro città poco tempo prima!» disse l'Imperatore nel momento in cui la Torre Eiffel venne sostituita con la statua di sé, a sua immagine e somiglianza, per poi successivamente proclamare vittoria contro la vecchia Francia. Nel frattempo, la Madre Russia fu talmente contrariata dalle mire espansionistiche dell'Impero Duraruzo che firmò il patto di Mosca,
alleandosi con le maggiori forze Orientali Cina e India. Così ebbe inizio la Rivoluzione di Marzo. I rivoluzionari distrussero in segno di protesta la statua del Misericordioso e la sostituirono con una raffigurante Lenin. Successivamente Vladimir Putin risalì al potere e firmò con Xi Ping il patto di Shangai, per fa sì che riuscissero ad organizzare una rappresaglia alle sede olandese superstite dell'Impero. Il regime Comunista strinse un patto con le potenze Orientali, così avrebbe assicurato, con l'inizio della Rivoluzione d'Oriente, la distruzione dell'Impero Duraruzo.
SAGA
PIANETA TERRA
ARCO 2°
LA GUERRA D'ORIENTE
CAPITOLO IV
L'UNIONE DEI PAESI D'ORIENTE
I tricolori russi sventolavano al fianco delle cinque stelle dorate della bandiera rossa del cinese Xi Jinping. Due tiranni d’Oriente, che altro non bramavano che la distruzione dell'Impero Duraruzo. Gli onorevoli dell'Isola si riconciliano in Parlamento, purché si scampasse dalla minaccia imminente. Nelle sale amministrative il vuoto del silenzio non poteva essere colmato dalla disgrazia di uno Stato in procinto di collassare. Tutti gli scontri combattuti in precedenza, le Nazioni conquistate con fatica, le anime perdute in
battaglia sembravano nulle. Ma no, il Piissimo non poteva accettare che coloro che offrirono la propria vita per l'Impero andassero disonorati. Sua Maestà decise che arrivò il momento adatto per gettarsi nel campo di battaglia. Nel mentre le milizie si equipaggiavano, i laboratori assemblavano le prime bombe nucleari, con cui le forze armate avrebbero raso al suolo gli avversari. In condizioni di tale terrorismo psicologico ambo le parti vennero catapultate in una giungla senza pietà e regole. Il Piissimo non riusciva a concepire quale fosse la cosa più corretta da fare. Tale guerra rispecchiava il significato proprio dell’individualismo: schiacciare gli altro affinché
si potesse conquistare la famigerata gloria. Un tornado in cui Duraruzu ingenuamente entrò, ma dal quale era impossibile uscirne. La mente vagò, ma il tempo continuava inesorabilmente a scorrere. Venne assemblata la bomba atomica, dotata di un rivestimento esterno di uranio impoverito, e non restava che gettarla nel Paese di Mezzo. I sudditi d'èlite salirono a bordo del veivolo Imperiale. Ore estenuanti di viaggio sembravano infinite, ma anch’esse raggiunsero il capolinea. «Miei Superiori, siamo prossimi alla capitale cinese» esclamò l’Anfibio, mentre l'Anellide teneva il comando. L'Imperatore, non appena udì quella frase si mise a riflettere: «Veramente lo stiamo per fare?
Veramente stiamo per sganciare un abominio su quest'esseri innocenti?». Non ci fu neanche il tempo di rimuginare, il Santissimo dovette, assieme al Generale Ocram Trosky, pigiare il pulsante scarlatto. Conseguenzialmente la botola del veivolo si aprì e l'abominio venne liberato fra i cieli cinesi. La pressione psicologica era palpabile. Tutti i Dlarzzidi presenti fissarono taciturni l'ordigno cadere. L’abominio esplose e non rimase nulla. Il cielo, che prima si mostrava limpido e sereno, si ritrovò improvvisamente tinto di grigio. Poco fu visibile in quell'attimo, si scrutarono le nubi dei detriti e il fumo incandescente che si espanse. La distruzione che lasciò l'esplosione sulla
terraferma fu incolmabile. Gli strilli degli abitanti si spiegarono nello spazio, i palazzi cedettero su sé stessi. Una goccia di disperazione in un mare di caos. La missione fu portata al termine. L’Irlandese Mariolone e il Sommo saltarono di gioia, ma il Serenissimo sentì dentro di sé un vuoto incolmabile. La notizia dell'attentato si sparse a macchia d'olio: «”Il bilancio: un milione di vittime, il prezzo del trionfo e il prezzo della viltà. La Cina ha perso attualmente un milione di abitanti a causa della bomba atomica sganciata su essa. La popolazione restante ha svolto una guerra civile facendo destituire Xi Ping e formando un Partito socialista, che permetterà al paese di entrare al
al fianco dell'Impero.”» codesto si udì dalla radio del veivolo Duraruziano. Sua Santità non ebbe nemmeno il tempo di appellarsi alla Musa Calliope che, nel quartier generale dell'Isola, si ricevette una dichiarazione d'attacco da parte della Madre Russia, la quale dichiarava che una bomba atomica a scoppio ritardato si sarebbe avventata nell’Oceano Pacifico, in un periodo di tempo sconosciuto.
O Musa Calliope, ascolta queste mie preghiere! Che la Federazione Russa possa soccombere! Presto i russi invasero l’Impero, marciarono verso i confini dell’Isola e fecero breccia nelle mura. Gli allarmi nel quartier generale distrussero la quiete di quella tiepida mattinata sul Mediterraneo. Si
sperse lo sgomento e il terrore su quel territorio. I potenti kalashnikov avversari danneggiarono i meri edifici, non fecero altro che affrontare l’integrità del Santissimo e della sua popolazione. Tra i ruderi sproporzionati, le truppe russe posizionò una bandiera nero-bianca, perfettamente divisa obliquamente. «”Morte ai Dlarzzidi”» recitava la didascalia del vessillo. I comunisti tempestivamente fecero dietrofront, consapevoli della imminente esplosione della bomba. Gli schiavi caricarono le provviste sulle navi. I timoni giravano. I motori rombavano, le vele si spiegavano in cielo, che vantavano abbondanti effigie dell'Imperatore. Ci volle un totale di sei centinaia
di secondi, affinché l'ordigno esplosivo tacesse. Ma fu tutto un diversivo. Uno stratagemma studiato a tavolino affinché, negli asciutti abissi dell'Oceano, i cavernicoli sopravvissuti al crudele destino dei loro compagni draconici potessero sottrarre la Gallia e la Bretannia. Incredibili furono i volti nauseati del Dlarzzidi, che, venuti a conoscenza dell'oltraggio, reagirono facendo solo una cosa: premere il grilletto in tempo minore dello sbattere delle palpebre. Miniere di metano bruciarono, e la fiamma rovente distrusse i nemici. Il rogo del cuore dell'Impero beffato, era diventato realtà. E come il Figlio di Dio punisce i peccatori, così le pene patite dell'Impero erano rinviate ai
ai mittenti. L'Impero costellava trionfi, i nemici costellavano sconfitte, ma il destino costellava altri ostacoli per entrambi, perchè si sa, tra i due litiganti, il terzo, gode. Invece, fuori Paese, anche le Americhe e l'Africa Settentrionale s'intromisero nella Guerra D'Oriente. L'Alaska per motivi storici decise di schierarsi con la Russia, diventando uno Stato a sé stante. Gli Stati Uniti, che persero il loro Stato Federato più esteso, dichiararono vendetta all'Impero. I paesi dell'Africa Settentrionale furono stati annessi alle Forze Segrete Arabe, formando una confederazione integralista. Il loro obiettivo fu uno: conquistare il mondo. Se riusciranno a portare al termine il loro piano lo saprà solo Dio.
CAPITOLO V
La caduta della falce e del martello
Le conseguenze degli scontri avvenuti nel territorio Dlarzzida si fecero sempre più stringenti. L'economia Duraruziana visse una profonda crisi, che fu difficile da dimenticare.
L'incursione dei filorussi nelle gelide terre canadesi, che tentarono di fare breccia alle vicine basi Duraruziane ubicate in Groenlandia, si stava rivelando fatale. Il generale nemico scagliò le sue milizie contro le ambasciate locali. Le truppe Dlarzzide, sebbene inizialmente sbaragliate in ogni ove, si trovarono dinnanzi a un vuoto inquietante. Gli avversari, improvvisamente scomparvero dalle
trincee. A seguito di indagini che vennero eseguite sul posto, un macabro trofeo venne rinvenuto dall’Anfibio: un teschio, sul quale vi era incisa una scritta: «Non finisce qui: questo è solo un assaggio della nostra potenzд.». Tale gesto non mancò d’inquietudine. All'orizzonte, una bandiera nero-bianca cominista sventolava sola, un simbolo che poco tempo prima aveva annunciato la resa dei sovietici. Ma si rivelò essere un vile stratagemma, architettato per consentire ai nemici di stringere in segreto un'alleanza con le Forze Segrete Arabe, che avrebbero preparato un'invasione alle maestose lande dell'Isola Duraruza. «È davvero questa la fine dell’Impero…? Così presto?» si domandò sconsolato l'Imperatore. Quando l'oscurità avvolse la terra dei Dlarzzidi gli ufficiali si
introdussero nei laboratori chimici, ove si seguivano meticolosamente le direttive del Generale. Ci si dedicò alla lavorazione dell'uranio arricchito, che secondo le parole dello stesso, avrebbe posto istantaneamente fine alla guerra d'Oriente.
Al primo Sol’ si udirono suoni strazianti in ogni ove. O, Musa Calliope, dammi la baldanza necessaria per narrare tale leggendarietà! E che ci accompagni verso la fine della guerriglia! Il Generale Bubbarello raggruppò le milizie nella piazza centrale. «È il momento di estinguere gli invasor’, all'attacco!» latrò con sicurezza. I cieli Mediterranei ingrigiti dai veivoli sfreccianti; l’acque cristalline agitate dalle cacciatorpediniere sovietiche. Si cercava un contrattacco, e la nostra
fine n’era certa. «Il Sole sta' calando, dobbiamo andare! Ci troviamo in guerra, sveglia soldati!», disse il Generale Trotsky, latrando a squarciagola nelle celle diroccate dell'Isola, ove i bruti v'eran’ rinchiusi. La strada fu spianata. La marcia verso il nucleo sovietico era oramai realtà. Corsero fino alla meta prestabilita nel percorso tortuoso e altalenante nelle terre slave. O, Musa Calliope, aiutami a narrare la fine d’un era! Che sia l'ultima sulla terra slava! «Siamo pronti, slavi!», disse il Sommo Tulipano, che mostrò la bandiera di guerra dell'Impero non appena i Dlarzzidi arrivarono ai pie’ della fortezza sovietica di Lenin. I soldati varcarono il portone d’ingresso, e sui loro capi gravava una bilancia. Se il piatto fosse penduto a sinistra, i Dlarzzidi sarebbero stati segnati a vita
dalla vergogna di aver consegnato il globo ai tiranni d’Oriente. Se invece fosse penduto a destra, avrebbero ottenuto la tanto ambita gloria, venendo ricordati per le epoche a venire con l’appellativo di eroi. Il calpestìo dei sudditi colmò il vuoto di quei longilinei e tetri corridoi violacei del castello sovietico. Demoni che sparivano, scale che si materializzavano, falce e maltello che caddero. «Eccolo, siete pronti?», disse il Generale, mentre, sdegnato, puntava l'indice contro il Nuovo Lenin. L'Imperatore pensava. Rimurginava sullo stesso pensiero, che lo schiacciava come un macigno: «”Riusciremo a trionfare?”». «Appena arriveremo al suo cospetto scaricheremo l'uranio arricchito sul suo volto, intesi?», disse il Sommo Lilliaceo Rosso, mentre cercava lo sguardo dei
Dlarzzidi. Il Nuovo Lenin si palesò. Quell'immagine che faceva così timore all'Imperatore apparì dinnanzi a sé. Il terrore regnava nella mente del Serenissimo. Su di elli ancora una volta si reggeva l’onere di mostrarsi un esempio lampante di coraggio per la sua popolazione. Dallo schiamazzo del Generale i Dlarzzidi d’èlite, seguiti dai bruti, partirono alla carica. Fin quando un boato derivante da un colpo d’arma da fuoco stracciò violentemente il caos creatosi. «Ah! mi ha sparato…». Colui che pronunziò tale affermazione fu il Sommo, che venne sparato in piena foglia. Si accasciò. Gemeva dal dolore. «Dobbiamo andare, non abbiamo tempo!» dissero gli schiavi, emanando strilli disumani e disperati. Il Generale si accovacciò di fianco al Sommo, che, in balia del proprio
destino, si dimenava in una pozza di linfa che parve il suo letto di morte. Il Piissimo si congelò durante tale visione. La lucentezza che emanava il Sommo si spense in pochi istanti. «Va', è il tuo momento», disse il Generale mentre porgeva la provetta di uranio arricchito sulla mano del Santissimo. Egli scansò con destrezza dinamiti ad orologeria e schiere di soldati, con un’agilità da colibrì, per arrivare al cospetto del Nuovo Lenin, colui che incuteva timore al mondo intero e che minacciava gli equilibri mondiali. I due imperatori si guardarono per pochi secondi. Quelli che bastavano per ristabilire la gerarchia mondiale. La provetta si scaricò in pieno sul suo grugno. L’alleanza d’Oriente cadde. Nel bel mezzo d’una capitale ancora festeggiante, Duraruzu si addentrò all’interno del suo castello e percorse
la via antecedente alla sua camera reale. Si sedette sulla sedia, di fianco la scrivania. Prese il suo taccuino, ma si bloccò per un attimo. I ricordi raffioravano come tulipani in primavera nella sua psiche, e furono unici. Riprese il taccuino, quasi
tremolante, e impugnò la penna d'oca: Gli Orientali hanno trovato pane per i loro denti.
Capitolo VI
Le dinamiche all'interno delle mura
Dopo gli innumerevoli combattimenti vissuti nelle trincee la Guerra d'Oriente giunse al termine. E finalmente, Duraruzu si poté godere la sua amata Isola in pace, benché si trovasse in una situazione di restauro. Si sentì talmente sollevato che decise, in compagnia di Mariolone, di girovagare spensierati tra gli stretti vicoli dell'Isola. Il cincischio, però, prese il sopravvento sulla loro psiche. S’imbatterono entrambi verso i giacimenti Imperiali di carbone, ove, oltre a estrarre i grezzi minerali Lilleacei, ci si trastullava col perfido gioco d’azzardo.
Lo scopo del gioco era di trovare il minerale di Wassertulpanite meno di cinque volte per vincere un prosperoso premio in Consenti.
• Se si puntava su 10 numeri estratti si dovevano mettere in palio 20.000 Consenti
• Se si puntava su 15 numeri estratti si dovevano mettere in palio 15.000 Consenti
• Se si puntava su 20 numeri estratti si dovevano mettere in palio 10.000 Consenti
• Se si puntava su 25 numeri estratti si dovevano mettere in palio 3.500 Consenti.
«Tentiamo la fortuna... Scommetto su 25» disse il Santissimo, con un terrore psicologico senza eguali, sul punto tra la vita e la morte. «Allora il Piissimo scommette su 25! Le estrazioni sono: 1, 8, [...].
Il nostro spettatore vince il premio ricevendo 7.000 Consenti da spendere nella propria attività! In cosa li spenderà?» chiese il Maresciallo, congratulandosi col Santissimo. «Bombe Nucleari!» rispose contento, senza esitare.
Fu così estasiato dalla sua vittoria che ritentò la fortuna una seconda volta, appellandosi alla Musa Calliope. «Le estrazioni sono: 8, 11 [...]. Mi dispiace, ma non ha preso un numero inferiore a 5. Ha perso i suoi Consenti!» comunicò il Generale, rivolgendosi al Piissimo che si contenne per poco. Venne quasi preso da una rabbia cieca, fin quando una voce frivola e meschina interruppe l'ottima area amichevole che si formò in quei giacimenti. «S-signor Bubbarello...» era I'Anfibio piangente, che venne per petulare le autorità durante la sua
unica ora d’aria. Il Generale non fiatò, guardò interdetto il detenuto, che continuò tremolante a blaterare: «Scommetto su 25 numeri. Non m'interessa dei debiti...». Mariolone alzò la voce e pronunziò i seguenti numeri dell'estrazione: «3, 8 [...]. Il signor Deutscher Frosh ha vinto!». L'Anfibo, esterrefatto, non riuscì a contenersi, e dopo un periodo di tempo inqualificabile, provò di nuovo la gioia. Dopo aver assistito a quella scena rivoltante e disgustosa, l'Imperatore sbottò, non riuscì a contenersi: «A, Generale! Denunzi codesto maligoldo! Son sicuro che lui abbia truccato le estrazioni!». «Allora partiamo in men che non si dica con la causa!» disse con decisione Mariolone.
Le autorità Dlarzzide, guidate dal Generale, si recarono presso il tribunale dell'Isola. Il pubblico
applaudì estasiato alla vista dell’élite dell'Isola. Il giudice straordinario: l'Onorevole Mariolone Bubbarello. Si sedette sulla sua poltrona e batté il martelletto da giudice sul disco di legno e l’udienza iniziò.
«Beneventi nell'udienza di oggi. Cos'è successo, Imperatore?» domandò l'Onorevole, che dedicò all’interlocutore uno sguardo consapevole.
«Quest’Anfibio ha truccato le estrazioni!» rispose il Misericordioso, puntando l’indice verso l’imputato. All'udire queste parole, un velo di incredulità e delusione si alzò sui grugni del pubblico. Tra di loro ci fu anche l’Anellide, che esclamò scettico: «Perché l’hai fatto, Rana..?».
«Ma io non ho fatto niente di tutto ciò! Ho solo scommessato!» protestò l'Anfibio, sentendosi con
le spalle al muro. «Capisco. Ci sono testimoni qui presenti?» chiese il Giudice, guardandosi attentamente intorno. «Io stavo marcendo in prigione» disse l'Anellide, che si credette ilare. «Non abbiamo bisogno di prove! Sono un testimone oculare!» dichiarò l'Imperatore, sbattendo il pugno sul banco.«Bene. Secondo il Codice Penale dell'Impero, la truffa e il vilipendio nei confronti delle istituzioni sono soggette a incarcerazione. Per questo motivo, dichiaro il Signor Deutscher Frosh… Colpevole.» sentenziò il Giudice, con voce fredda. In aula si creò scompiglio. C’era genta soddisfatta che applaudiva vigorosamente, genta estasiata che rise fragorosamente e gente
distrutta che pianse lacrimeamare. «L'imputato si consegnerà alla Polizia Locale per ricevere ulteriori informazioni. La sentenza è data, l'udienza è tolta!» concluse l'Onorevole, battendo il martelletto e chiudendo ufficialmente la causa. L'Anfibio non profilò una parola, scrutò con assoluto disprezzo gli occhi dell'Imperatore, la causa di tutti i suoi mali. Il Serenissimo si sentì soddisfatto e cercò l’approvazione del Sommo, che in quel momento lo assisteva. Ma non appena sbirciò i bulbi oculari dell'imputato sentì ancora una volta quella strana sensazione. Si rifugiò nei suoi pensieri e capì, sulla sua pelle, il vero significato di "odio". Non esitò un attimo:
«Obiezione! L'imputato è innocente, liberatelo!».Un gesto che scagionò l’Anfibio. «Quello che dice l'Imperatore è legge. Dichiaro Deutscher Frosch...Non colpevole!» disse il Generale stranito. Un velo d’incredulità ricoprì l’intera aula.
SAGA
PIANETA TERRA
ARCO 3°
LA GUERRA DELLO SPAZIO-TEMPO
CAPITOLO VII
IL NUOVO VENTO CHE SOFFIA
Era un dì soleggiato nei territori Imperiali. La primavera: la stagione più amata dall'Imperatore; segnava il momento in cui la luce aveva la meglio sulle tenebre e le giornate cominciavano ad allungarsi. I raggi del Sol’ battevano sulla pelle cristallina del Santissimo. Il risveglio e la rinascita della natura fece sentire sollevato l'Imperatore, che si ritrovò in uno stato di benessere psico-fisico, in totale equilibrio. Si recò sul terrazzo del castello e meditò per scacciare via le negatività e il mal parlare della genta. Ma qualcosa lo afflisse, come una pugnalata nello stomaco: «"Quando finirà la mia procrastinazione?"». Fu da egli vissuto
soltanto poco della pace conquistata, ma parve eterno. «Mi sto annoiando troppo, devo intervenire al più presto!». Prese il suo Walkie Talkie e contattò il Generale: «Riunione inderogabile, ripeto: riunione inderogabile! Generale Bubbarello ho bisogno della sua presenza!» disse, trattenendo a stento la risa. Il Generale, affaticato dopo aver attraversato metà dell'Isola coi suoi arti inferiori, spalancò il portone del castello con una forza inaudita ed esclamò: «Imperatore, cosa succede!». «Emergenza procrastinazione: conquistiamo nuovi territori! Siamo nel mirino degli Stati Uniti!» disse il Misericordioso con voce sinistra, in attesa d’una risposta. Il Generale subì notevoli attacchi di cuore quando intraprese la sua maratona senza eguali, e al quesito del Serenissimo, era in procinto
di porre fine all sua vita. Ma rimuginò sulle peripezie passate insieme a egli, e assecondò allora il suo volere. Ci si precipitò in armeria, e a discapito delle aspettative, l'attesa fu angosciante. Mentre ci si preparava al meglio per l'imminente attacco, le viscere dell’Imperatore vennero scosse da un sentimento più profondo. L’idea di rivivere quelli che erano gli orrori della guerra fu terribile. Chi meritava questo? Perché far soccombere gl'innocenti? Lo stupore di aver conquistato territori così ambiti da tutto il Mondo cedette il passo a un'insaziabile sete di potere. Una conseguenza inesorabile di coloro che conquistano la supremazia, un turbine in cui Duraruzu era ingenuamente caduto. O, Musa Calliope, ci guidi presso il racconto di codesta disastrosa vicenda!
E che ci protegga dalle guerriglie che ci sono state preannunciate! I soprusi della fanteria Duraruziana fecero precipitare in un vortice di sofferenza le civiltà statunitensi della costiera orientale. Gli alti edifici si piegavano abbattuti sul suolo, ove si cercava di estinguere la minaccia. La genta cercava riparo tra un cielo nubifondo, in cui si riversava la battaglia del Sommo e del Generale, la quale poteva finire solo in malora. «Soldati, dietrofront!» il Generale, allora con rabbia radunò le sue truppe e ordinò un'invasione nella selvaggia isola del Madagascar, ove le Forze Arabe trovarono
occupazione. L'avanzata nella zona meridionale dell'Africa fu inarrestabile. Mentre ci si avventurava tra le fresche frasche, e le tribù cercavano di contrastare l'impero, sui loro capi si
avventò una minaccia ben più grande. Un abominio si riversò nel cuore pulsante dell'isola africana. Un ordigno gettato dagli dagli statunitensi per fermare l'implacabile avanzata dell'Impero. Fu un gesto che segnò la storia dell'umanità. Si palesò uno squarcio spazio-temporale che portò tutto il Globo indietro nel tempo. Dalle ceneri del precedente Impero Sovietico si posero le fondamenta per il risorgimento dell'Impero Russo, il cui capo era il discendente del Nuovo Lenin, Stalin II. Il Patto di Strasburgo, la coalizione tra gli
artefici del viaggio del tempo e l'Impero Russo ridefinì gli equilibri geopolitici mondiali. Nacque l'Unione delle Repubbliche del Sud, una coalizione
ra il Madagascar, l'Argentina e il Brasile per estinguere l’inesorabile colonizzazione che stava
avanzando nelle Americhe. Sebbene l'Impero tornò all’ora dello scoppio della Guerra D'Oriente, l’India e la Cina cedettero in ginocchio. Si trovarono impotenti dinnanzi ai soprusi subìti dai russi, e decisero, allora, di schierarsi a favore dell’Impero Duraruzo. Il Misericordioso ne fu disperato. La sua vista si offuscò per qualche attimo. Il suo sogno di grandezza cominciava inesorabilmente a sgretolarsi. L'immagine dell’Impero perfetto, che da tanto sognava, venne oppressa dai cattivi; e proprio con l'arma che amaramente utilizzò egli stesso in Oriente. Durante la tarda notte si rifugiò nella cappella dell’Isola, in cerca di conforto. S’inginocchio, sporcandosi la tunica eterea, e congiunse le mani. Osservò ogni dettaglio della chiesa minuziosamente. Cercò qualcosa a cui
appellarsi, nonostante fosse lui stesso la causa del suo male.
CAPITOLO VIII
UN DUELLO LEGGENDARIO
Era l'alba. il Piissimo si trovava seduto sul molo dell'Isola, insieme al Generale Mariolone, per discutere sulle successive imprese che si sarebbero svolte sul campo di battaglia. Mentre il Serenissimo collo sguardo si perdeva nelle acque cristalline dell’orizzonte, scrutò un imbarcazione malandata che si dirigeva verso l’Isola, guidato da uno strano figuro che non aveva sembianze umanoide. Non era consuetudine ricevere visite, perciò, le truppe Dlarzzide si mobilitarono sulle coste dell’Atollo. Lo strano figuro raggiunse il molo, attraccò il battello al porto e non appena voltò il grugno, il Generale capì subito di chi si
trattasse. Egli non era altro che l'Imperatore Sfeniscida del Bosco di Capodimonte. Ocram Gutmann. Appena mise pinna sulle lande Duraruziane pronunziò tali parole, che preannunciarono un violento tornado: «Parlo con te, Polenta Valsugana... Come hai osato cambiare identità per sfuggire alla mia supremazia?!».
«Ah sì? Ti sei dimenticato che sono il Generale dell'Impero Duraruzo? Lei non è altro che fuffa!» disse il Generale infastidito.
«E allora... Ci rivedremo al calar del mezzodì... E mi sfiderai a duello!» propose lo Sfeniscida, chiudendo il palmo della pinna.
«E sia!».
Arrivò il mezzodì. Mentre i raggi del Sol’ ardevano incessantemente sulla piazza centrale, ove i due
rivali vi si riunirono. L'atmosfera era tesa. La piazza, avvolta da un tenebroso silenzio, lasciava spazio solo alla presenza dei due duellanti, che si guardavano trepidanti negli occhi. Imbracciarono le sciabole, e allo sparo di partenza, i due scattarono lesti su l’un l’altro e la lotta cominciò. Le loro sciabole ferree si fronteggiarono. L'attrito fra le due lame generò uno scintillio
cocente. Ve ne furono illuminati gli occhi dell'Imperatore, che si dimostrò sbalordito dalle abilità da spadaccino del Generale. Il duello si fece più intenso, finché, durante un attimo fatale, il pinguino abbassò la guardia e ricevette un fendente decisivo che gli squarciò il torace. Ocram, oramai sfinito, cadde a terra, cullato da un letto di sangue. Un nuovo sparo mise fine alla lotta. «Te
l'avevo detto, non puoi sconfiggermi», disse il Generale, mentre osservava l’avversario che si contorceva dal dolore.
«Va bene, hai vinto tu, e adesso che fine farò?».
«La fine che farai verrà determinerà dall’Imperatore Duraruzu» affermò Mariolone.
«Per le abilità mostrate non meriteresti nemmeno la gattabuia! Ai lavori forzati, codardo!» sentenziò contrariato il Piissimo. Successivamente il pinguino venne scortato dalle guardie. Si dimostrò talmente costernato che imperterrito esclamò: «Come avete osato!? Io sono il tiranno indiscusso della specie Sfeniscida! Liberatemi! Non potete farmi questo!». Nonostante Ocram cercasse di divincolarsi, l'Anellide lo trascinò con forza nei campi di grano
ove egli sgobbava da tempo immemore. Innumerevoli
furono i tentativi fallaci tentativi di fuga. E dal momento in cui ci si accorse che lo Sfeniscida risultava inutile ai lavori manuali, si decise di conferirgli un'armatura e una baionetta per poi gettarlo a occhi chiusi sul campo di battaglia. O, Musa Calliope, ci accompagni ancora una volta in un'ennesima peripezia! E che ci conferisca la fortuna di aver trovato un valoroso cadetto! Una flotta di battelli salpò gloriosamente dall’Impero Duraruzo verso l’Oceano Indiano, stracolmi di armamenti e di milizie i cui cuori scalpitano all’impazzata. Lo stesso Sfeniscida cercò conforto fra le braccia dell’Anellide e dell'Anfibio, che tremavano come foglie, mentre dalla poppa si intravedeva l'isola africana che presto i Dlarzzidi avrebbero invaso. I soldati marciarono
sulle coste. Il suono dei loro stivali rimbombava sulla sabbia, e le orme che lasciavano a seguito del loro cammino fu l'unica traccia del dominio Dlarzzida. Durante le lotte corpo a corpo contro gli abitanti dei piccoli villaggi rurali della zona lo Sfeniscida spiccò per la sua incapacità sul campo di battaglia. Il Generale dettava ordini tra le dune di sabbia, le baionette Dlarzzide vaporizzavano le retrograde armi avversarie, e l'Imperatore assisté alla fuga dello Sfeniscida, che, disarmato, cadde fra la sabbia rovente innumerevoli volte. Lo sguardo di disprezzo del Serenissimo contagiò perfino l'Anfibio, che si dimostrò sorpreso. Lo Sfeniscida,
ansimante, perse la sua ascia fra gli accampamenti e ritornò sulla poppa della nave Imperiale a riposare. «Che sia maledetto quel pinguino!» urlò
infuriato il Sommo. La resistenza opposta della popolazione locale non cambiò le sorti dell’invasione. I Dlarzzidi occuparono la capitale, le coste settentrionali e meridionali. Alla fine della battaglia, Ocram ritornò baldanzoso sulle dune e, su un cumulo di sabbia, piazzò con fierezza il vessillo Imperiale, estasiato dalle gesta eroiche appena compiute: «Siamo prossimi alla vittoria!» disse.
La conquista strategica del Madagascar vietò agli altri membri dell’Unione delle Repubbliche del Sud
un accesso facilitato al Mar Mediterraneo. Al ritorno in patria, i maltrattamenti che Ocram subì non mancarono.
CAPITOLO IX
GALOPPANDO TRA LE DUE AMERICHE
Coraggiosamente si batterono attraverso i rilievi erti dell'America Centrale, nei quali, i Dlarzzidi trovarono valorosi alleati. Affrontarono ripidi sentieri e fitte foreste. Fiumi incommensurabili sbarravano il loro cammino, e atrocità artificiali ponevano in serio pericolo il successo della spedizione. Fin quando si marciò con ferocia ai confini statunitensi. La conquista degli Stati Uniti avrebbe posto il dominio Dlarzzida su tutto il continente Americano. La trepidazione dei Dlarzzidi si percepiva dai loro respiri affannati, ma fiduciosi e pronti per lottare. I Dlarzzidi, dagl'irti colli,
intravidero con sguardo gelido ciò che li aspettava. O, Musa Calliope, sia la luce del nostro cammino in questo tunnel buio e scosceso! Ci guidi alla conquista del continente Americano! Le alpestre lande delle Americhe vennero stravolte dalle forze Dlarzzidi. L'avanzata del Generale fu spietata. «Non lasceremo che l'America abbia la meglio su di noi...!». Ogni megalopoli che vi si presentava al suo cospetto venne rasa al suolo e depredata dai bruti schiavizzati. Gli equini nitrivano, galoppavano all'impazzata tra le cittadine, che cedevano una dietro l’altra. Ogni microscopica minaccia venne estinta dai cingoli d'acciaio dei catrammati, i quali primi poderosi colpi di cannone trasformarono i vili deserti in fiumi di disperazione. Nei cieli, le nubi di quel dì apparentemente sereno vennero
squarciate dai rombi dei veivoli Imperiali, guidati dal Sommo. Gli ordigni esplosivi rilasciati in cielo generarono danni inestimabili sulla terraferma. Dalle coste, i gargantueschi e numerosi battelli ostruirono la vista dell'enorme blu. Mentre le unità di fanteria venivano guidate maestosamente dal Generale, l’Imperatore seguiva il suo operato dettando ordini fra le acque limpide d’un fiume, la cui ampiezza fu difficile da immaginare. La forza d'un intero continente, spinto dall'odio, si stava per riversando contro la forza Statunitense. La psiche dell'Imperatore entrò nel caos. Una battaglia di tale portata non trovò eguali in tutto l'arco storico dell'umanità, e il Piissimo ne portava il fardello. Colui che scatenò questa sanguinosa lotta, mossa dalla rabbia cieca contro un popolo
che non sperimentò la divina pietà; colui carnefice di inquantificabili vittime, colui che distrusse decenni di storia e casa di individui. L’avanzata non trovava resistenza che non poteva fermarla. Come una tempesta incessante le truppe si avventavano violentemente su ogni roccaforte. Ci volle un tempo inqualificabile per raggiungere la capitale, che si ergeva tra le roventi rovine delle città circostanti. Oramai le forze erano all'estremo. Le risorse scarseggiavano. Ogni spiazzale divenne trincea e le strade, i meri palazzi, martoriati dalle continue esplosioni, cedevano su loro stessi. I corpi maciullati dei soldati fecero rivoltare l’Imperatore, che, durante ogni assalto, si interrogava sulla necessità di scatenare una guerra del genere. I soldati Dlarzzidi circondarono i palazzi governativi
e inevitabile fu la disfatta. L’ultimo assalto era pronto per incombere sulla capitale. «Non vi sarà misericordia!» disse frenetico il generale mentre guidava i Dlarzzidi. Le innumerevoli scariche di colpi mandate all’aria dallo Sfeniscida diedero fine all’esistenza del colosso delle Americhe. Finché il palazzo non venne impregnato di sole anime. L'Alaska, considerata una mera provincia remota, si rivelò invece una chiave strategica: il suo status di Stato fantoccio degli Stati Uniti fornì ai Dlarzzidi un accesso diretto all’Impero Russo. Le lande ghiacciate accolsero l'armata Dlarzzida. Attraversarono sulle calotte di ghiaccio il confine tra l’Impero Russo e l’Alaska. L’Impero Russo, una landa di vittorie, ribellioni, ricordi. Le sterminate pianure ricolme di camomilla il frastuono della
marcia riecheggiava tra le foreste di betulle. Sul sentiero umido e fangoso, i ricordi riaffiorano nella psiche dei Dlarzzidi, i momenti primordiali in cui l'Isola era un’infima creatura. Si raggiunse il palazzo di Stalin ⅠⅠ, che si ergeva minaccioso. Il portone era chiuso. Mentre si cercava un passaggio alternativo, lo Sfeniscida, senza pensarci due volte, si avvalse della sua ascia per abbattere la porta con un violento colpo. I Dlarzzidi si addentrarono all’interno del castello. Il corridoio era prolisso, quasi infinito, adornato da innumerevoli quadri, ritraenti i precedenti zar. Alla fine, la luce divenne più fioca; il silenzio spettrale che regnava sovrano permetteva di udire solamente i respiri dei combattenti. Non persisteva anima viva. Le ultime guardie russe superstiti, prese alla
sprovvista, tentarono disperatamente di difendersi. Non bastarono le fucilate per abbattere la resistenza Dlarzzida, che avanzarono fino alla sala del trono, in cui il tiranno giaceva. La battaglia fu brutale. Proiettili sibilavano nell'aria, le spade laceravano la carne, il sangue macchiava il pavimento marmoreo. Stalin II si accasciò al suolo, contorcendosi in un’agonia lenta e dolorosa. Il suo ultimo respiro segnò la fine dell’Impero Russo e della guerra dello Spaziotempo. I Compagni di Viaggio, vittoriosi, piantarono la bandiera del loro Stato accanto al cadavere del dittatore. Ocram sorrise compiaciuto.
CAPITOLO X
RIVOLUZIONI IN CAMPO POLITICO
Dall'occidente all’oriente, non c'era nulla che l’Impero dovesse temere. La Terra dei Dlarzzidi si estendeva per oltre tre continenti, e quello che ne rimase delle opposizioni nemiche fu quasi nullo. Città immense distrutte, piccoli villaggi rurali completamente rasi al suolo. Si decise, dal disordine costituito, di far rinascere rigogliosa la situazione socio-politica dell’Impero Globale formatosi. Si tenne al mezzodì una cerimonia commemorativa ai piè del castello Imperiale. La fortezza venne adornata da mille sfarzosi vessilli regali. Il portone d’ingresso venne circondato da
intere schiere di soldati che si disponevano lungo un tappeto rosso, che si estendeva dal portone principale fino alla grande sala del trono, su cui si accomodava il Serenissimo, Piissimo, Misericordioso Imperatore Duraruzu. Il suono limpido delle trombe d’ottone dava ufficialmente inizio alla cerimonia. Le guardie d’onore formarono un arco solenne incrociando le spade, sotto cui, il Generale Mariolone, avanzò con audacia avvolto dal suo mantello color arancio. Attraversò l'agorà, arrivò al cospetto del Serenissimo e con uno sguardo consapevole che gli si stampò sul volto, si inchinò. Il Piissimo impugnò la spada cerimoniale e l'appropinquò sulla spalla del nuovo Maresciallo, consacrando ufficialmente la carica più alta dello stato. La folla non si contenne ed esplose in un
caloroso applauso. Tra il boato della popolazione e gli strilli generali, il Maresciallo risollevò timidamente il capo e scambiò con Duraruzu uno sguardo d'intesa che molti potevano invidiare. Nei giorni seguenti l’Imperatore convocò un'assemblea costituente nominando i più illustri parlamentari e giuristi dell'Impero per guidare la stesura della nuova Costituzione. Il parlamento, stracolmo di arazzi con simboli di giustizia e affreschi raffiguranti le gesta eroiche compiute dalle forze Imperiali, fu stravolto dalla figura maestosa del Serenissimo, che dominava l'intera sala. Mentre si appropinquava al leggio per pronunziare il discorso d'apertura, i padri costituenti attendevano trepidanti le parole dell'Imperatore Pontefice, che con voce ferma
annunciò l’inizio dei lavori per la stesura della Costituzione. Mentre le sue nobili fauci dettavano leggi ed emanavano suoni intrisi di significato, scribi reali annotavano attentamente ogni sua parola su pregiati rotoli di pergamena. La sala risuonava del fruscio delle penne d’oca e del croscio della carta, un suono che accompagnava la nascita di un nuovo capitolo per l'Impero. Passarono mesi, e solo dopo aver riconciliato i pensieri di tutti i delegati, costoro si alzarono uno dopo l’altro per giurare fedeltà alla Costituzione da loro stessa redatta. Ogni giuramento era seguito da un fragoroso applauso, mentre le trombe suonavano incessantemente. Da quel momento, il destino dell’Impero fu affidato alla saggezza di coloro chiamati a scrivere le
leggi, che avrebbero inesorabilmente guidato il futuro della Monarchia Duraruziana. Non appena la Costituzione fu redatta, i fondatori dei nuovi partiti iniziarono a cercare consensi tra la popolazione. La piazza principale dell'Impero era un brulicare di bancarelle, di colori e voci, un affollarsi di cittadini che, tra curiosità e disorientamento, si aggiravano tra le innumerevoli mercanzie e le fontane. All'improvviso, Il Serenissimo venne colto di sorpresa da una voce stridula, che squarciò la monotonia postuma delle celebrazioni passate. Vi si presentò dinnanzi alla figura dell'Imperatore una scena al limite della pietà. L'Anellide si ergeva su una pedana improvvisata, e col volto arrossato dalla fatica, reggeva tra le sue zampe
tremanti un foglio unto. «“Firmate! Firmate questo foglio! Se siete stanchi di vivere in un Impero segnato da un terrorismo psicologico incessante e dalla continua guerra, votatemi! Fatemi ottenere quel maledetto posto al parlamento! Votate il Partito Comunito Bruchico per l'uguaglianza che tanto desiderate!”», codeste furono le parole pronunziate con fatica dal Millepiedi. Alcuni abitanti si scambiavano sguardi circospetti, mentre altri si avvicinavano, attratti dalla sua incontenibile veemenza. Non lontano dal luogo dove il Millepiedi scatenava il suo fervore, si svolse il comizio del Partito Tulipano, presieduto dal Sommo, con il Maresciallo in prima linea. Il Partito riuscì ad attirare l'attenzione sia dell'élite militare che dal popolo, i quali temevano
una disgregazione dell’Impero a causa delle continue guerre. «“L'Impero è forza. L'Impero è ordine. Noi siamo il baluardo contro il caos, la stabilità di questa terra. Senza ordine, non c’è futuro! Ecco perché vi chiediamo di sostenere la nostra causa! Firmate per l'Impero! Firmate per il nostro futuro!”» proclamò il Maresciallo con voce audace, incitando la folla. Non appena l’Imperatore Duraruzu vide la bandiera del Partito Tulipano sventolare venne quasi preso da un senso di commozione. Ma fu interrotto da una pacca sulla bassa schiena. Si girò e vide l'Anfibio, il fondatore del Partito Liberaldemocratico Anfibioumanista. Si presentò anch'egli con un foglio di carta tra le mani: «“Per un futuro inclusivo, per una società libera non
possiamo più accettare il dominio di chi ci vuole divisi. Noi siamo il Partito degli Anfibi, il Partito della convivenza, dove uomo e natura vivono in equilibrio. Un futuro in cui tutti abbiano una voce. Firma per la libertà!”» esclamò l’Anfibio, ripetendo a memoria la cantilena che aveva imparato. Il volto dell’Imperatore si impallidì, fu colto da un’espressione di profonda preoccupazione senza pari, poiché ben consapevole che una buona parte di coloro che aspiravano a un seggio in parlamento avevano alle spalle precedenti penali che avrebbero potuto minare la credibilità del nuovo governo. Nella settimana successiva l'atmosfera si caricò di tensione. Mentre alcuni candidati continuavano disperatamente a lottare con fino all'ultimo con
ogni mezzo a loro disposizione, il popolo fu chiamato alle urne per determinare il destino dell’Isola. Chi avrebbe prevalso? Il Partito Comunito Bruchico, guidato da un individuo scevro di competenze politiche, la cui reputazione risultava gravemente compromessa da precedenti penali per tentato omicidio ai danni del nuovo Maresciallo? Oppure il Partito Tulipano, caratterizzato da un'organizzazione solida, conforme alla legge, e da un leader carismatico e degno di nota? O ancora il Partito Liberaldemocratico Anfibioumanista, la cui figura al vertice faticava a guadagnarsi la fiducia
dell'opinione pubblica? In piazza, i vessilli colorati dei partiti sventolavano senza sosta accarezzati dalla brezza primaverile e cullati dal limpido cielo della mattinata. L'affluenza era
impressionante: i seggi elettorali, in men che non si dica, vennero presi d’assalto dai cittadini. All'interno della sala lo scrutatore Sfeniscida procedette con il conteggio dei voti, sotto lo sguardo attento dei rappresentanti di lista e del Serenissimo. Il mormorio veniva interrotto solo dal fruscio delle schede elettorali e dal bisbiglio di chi cercava d'interpretare il labiale dello scrutatore. Dopo un'attesa che parve eterna, lo Sfeniscida alzò lo sguardo e annunciò il primo verdetto: «il Partito che ha ottenuto meno consensi... Fermatosi a meno di un decimo dei voti complessivi è quello... Dell'Anellide!». Una lieve ondata di dissenso attraversò la sala. Mentre alcuni ne rimasero increduli, stupiti, i sostenitori del Partito Comunista stamparono sul loro volto espressioni
deluse in volto. L'Anellide si girò attorno e in men che non si dica si ritrovò completamente da solo. Angustiato, si gettò in un pianto che non ebbe mai avuto eguali. Ne fu talmente disperato che, con tutta la forza che possedeva, iniziò a battere le sue esili zampe sul pavimento in legno. Venne poi scortato dalle guardie al di fuori del seggio. Dunque, la vera battaglia si svolse tra due schieramenti, il Partito Tulipano e il Partito
Liberaldemocratico Anfibioumanista. I rispettivi leader si scrutavano con intensità, cercavano quasi di anticipare l'annuncio finale nelle espressioni dell’altro. I numeri scorrevano sotto gli occhi vigili di tutti, e i margini di differenza apparivano sottili quasi impercettibili. Infine, si giunse il verdetto atteso, che annunciò lo Sfeniscida: il
partito che prevalse fu proprio quello del Sommo Tulipano. Il Sommo riuscì a consolidare il proprio vantaggio, superando a dismisura il Partito Anfibio. Un boato di gioia esplose tra i sostenitori del Partito Tulipano, che si abbracciarono e innalzarono canti di vittoria, mentre gli avversari si ritiravano con grugni di dignità. Così si concluse una giornata memorabile, determinata dal popolo. Che la Musa Calliope ci assista, che sorregga con la sua voce eterna l'integrità del parlamento, che protegga dai posteri l'integrità della Costituzione. Fa' sì che la voce del popolo venga ascoltata e rispettata anche dai posteri.
SAGA
PIANETA TERRA
ARCO 4°
LA GUERRA DEI TITANI
CAPITOLO XI
MISSIONE DURARUZU-01
I primi mesi del nuovo governo Lilliaceo cominciavano a mostrare risultati concreti e l’Imperatore ne era entusiasta. Alle prime luci dell’alba, sullo stesso molo in cui sbarcò, lo Sfeniscida decise di lasciare indisturbato l’Atollo Duraruziano, in cerca di fortuna altrove e con l’intento di lasciarsi alle spalle le sconfitte avute in battaglia. Le guardie ai confini segnalarono l'accaduto al Maresciallo, che lasciò correre indisturbato lo Sfeniscida. Aveva compreso che prima o poi sarebbe tornato, e che in fondo i suoi servigi erano diventati pressoché inutili. Tuttavia, qualcosa di ancora più oscuro sembrava muoversi
nell'ombra. L’isola di Madagascar, caduta in mano Dlarzzida, aveva segnato un forte colpo basso per le Forze Arabe. Perciò, insieme all'intero continente Africano, segnato dal razzismo, dalle guerre e dalla povertà, decisero di porre il loro dominio sui territori conquistati dai Dlarzzidi. Ebbe inizio la guerra tra i due titani. Un conflitto che coinvolse un intero continente, stanco dell’estrema povertà, dalle ingiuste divisioni che tormentarono, sfruttarono, oppressero i popoli per decenni. L’Imperatore non si sentì all’altezza neanche di nominare la brillante Musa Calliope. Codesta dichiarazione di guerra fu scaturita da una sofferenza che era impossibile da immaginare per il Piissimo, che da anni or sono sguazzava nella ricchezza più spietata, nella sua bolla di privilegio
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"Un libro che ti avvolge nel vortice delle emozioni del suo protagonista principale. Un'opera decisamente eccellente." - Umberto Eco
Immagina di essere un giovane nobile che, stanco delle pretese opprimenti della società, fugge dalla sua città natale per rifugiarsi su un isolotto disabitato. Tuttavia, inconsciamente, si ritrova ad affrontare guerre epiche, l'onere di governare un vasto Impero e fronteggiare nemici perfidi. Il suo più grande avversario, però, è l'incoerenza intrinseca all'umanità stessa. Ecco, questa è L'Odissea dell'Impero Duraruzo.
Samu Duraruzu I di Balocco è nato a Napoli nel 1998. Compositore di liriche, nonché scrittore incallito, ha pubblicato due libri bestseller in Italia: L'Odissea dell'Impero Duraruzo (2025), candidato al Nobel, e Delitti alla frutta: omicidi nella cesta (2024), che attualmente conta 2 milioni di copie vendute.

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