
C'era una volta, ai confini del Regno dei Sette Venti, una foresta incantata dove tutti gli alberi nascevano già altissimi e chiassosi. Tutti, tranne uno: un piccolo arbusto di nome Ginkgo.
Ginkgo era speciale. A differenza degli altri alberi della foresta, le sue foglioline avevano la forma di piccoli ventagli dorati e non crescevano dritte verso il cielo dall'oggi al domani. Ginkgo ci metteva tempo. Molto tempo.
Al centro della foresta svettava un albero sacro e antichissimo: “l'Albero dei Desideri”. Ogni anno, l'Albero dei Desideri accoglieva i bambini del regno che vi si avvicinavano per sussurrare i loro sogni più grandi. Tuttavia, solo l'albero della foresta che aveva dimostrato la chioma più solida, accogliente e luminosa avrebbe avuto l'onore di diventare il nuovo “Custode dei Desideri”, capace di custodire tra i suoi rami le speranze di tutti i piccoli e farle avverare.
Gli altri alberi, presi dall'invidia e dalla bramosia di emergere, iniziarono a spingere con le radici ea sgranchire i rami a più non posso per crescere il più in alto possibile, facendo un gran fracasso.
Ginkgo guardava quei giganti e provava un grande senso di inadeguatezza. «Io sono diverso da loro, sono piccolo, la mia corteccia è sottile e le mie foglie ci mettono tantissimo a spuntare» pensava, nascondendo i suoi rametti verso il basso. «Come potrò mai aiutare bambini così diversi tra loro a realizzare i propri desideri?»
Fu allora che vicino a lui si posò una lucciola parlante di nome Lù.
«Perché te ne stai così triste, Ginkgo?» gli chiese la lucciola.
«Perché siamo tutti così diversi e io non so come diventare forte come loro per custodire i sogni dei bambini» rispose Ginkgo a bassa voce.
Lù gli sorrise con dolcezza: «Non importa se forma, colori o tempi di crescita sono diversi. Guarda giù: nel profondo della terra, “tutti noi apparteniamo alle stesse radici”. È la Terra che ci nutre tutti insieme. La vera magia non sta nella fretta di toccare le nuvole, ma nella capacità di valorizzare ciò che siamo».
Ginkgo chiuse gli occhi e deciso di fidarsi. Smise di paragonarsi agli altri alberi e iniziò ad ascoltare il proprio cuore e la terra sotto di sé:
Invece di sforzarsi di crescere verso l'alto, Ginkgo mandò le sue radici giù, profondamente nella terra. Lì si intrecciò con le radici di tutti gli altri alberi, scoprendo che sotto la superficie non c'era separazione: la terra apparteneva a tutti allo stesso modo. Questa consapevolezza gli diede una forza immensa.
Quando la primavera bussò alla porta, Ginkgo distese i suoi rami a forma di ventaglio. Ma accadde qualcosa di incredibile: sui suoi rami non spuntarono solo le sue classiche foglie dorate, ma “frutti di forme, colori e profumi tutti diversi tra loro”. Alcuni frutti erano dolci come la gentilezza, altri luminosi come la speranza, altri ancora colorati come la fantasia. Ogni frutto rappresentava la bellezza della diversità.
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