
La Sicilia è una terra ricca di miti e leggende ma saprattutto di luoghi che hanno ispirato la nascita di affascinanti vicende mitologiche: ciclopi, divinità greche e ninfe sono i protagonisti principali di questi racconti tramandati da secoli.

Chiunque passando da Ortigia, avrà ammirato la bellezza della fontana Aretusa. Tra i miti e leggende Siciliane, quella di Alfeo e Aretusa è senza dubbio quella più romantica.
IL MITO DI ARETUSA
Aretusa era una ninfa conosciuta in tutta la Grecia per la sua bellezza e venne allevata fin dalla tenera età da Artemide, dea della caccia e delle fanciulle. Un giorno dopo una lunga corsa tra i boschi, Aretura decise di rinfrescarsi in un bellissimo corso d’acqua, si tolse le vesti e si concedette un bagno. Ad un tratto Aretusa sentì dei rumori e, spaventata, uscì dall’acqua ed iniziò a correre velocemente. Una voce però le intimò di fermarsi: era Alfeo, la divinità del corso d’acqua, rimasto colpito dalla sua bellezza.
Alfeo iniziò ad inseguirla e lei, non avendo più le forze per correre, chiede aiuto ad Artemide. Questa avvolse in una nuvola Aretusa e soffiò forte in direzione della Sicilia per metterla a riparo. Arrivata ad Ortigia, la nuvola iniziò a far cadere Aretusa che si trasformò in un sorgente d’acqua dolce. Alfeo, innamorato di Aretusa e volendola raggiungere, chiede aiuto al padre Oceano il quale aprì le acque dello Ionio permettendogli di raggiungere la Sicilia.
Aretusa, convinta da tanto amore e insistenza, cedette alle richieste di Alfeo. Artemide, per suggellare il loro amore, scavò una caverna sotto la fonte, così da far correre per l’eternità le acque di Aretusa e Alfeo.
Si narra che durante la dominazione araba nel 1100, a Palermo vivesse una bellissima fanciulla molto dedita alla cura delle piante del suo balcone. Un giorno sotto casa sua passò un moro (un arabo) e vedendola se ne innamorò perdutamente, tanto che decide di dichiarare il suo amore alla fanciulla.

Lei rimase molto colpita ricambiò subito il sentimento. Un giorno però la fanciulla venne a sapere che il moro sarebbe presto tornato in Oriente dove lo attendevano moglie e figli, così sentendosi tradita, durante la notte tagliò la testa al moro e con questa fece un vaso nel quale pianto una pianta di basilico. Infine lo mise nel balcone e tutti gli abitanti del quartiere, presi dall'invidia, si fecero costruire dei vasi di terracotta a forma di testa di moro.
LA STORIA DI COLAPESCE

Si narra che tra Sicilia e Cariddi viveva un giovane chiamato Cola (Nicola) , figlio di un pescatore che amava nuotare e trascorreva intere giornate in mare.
Un giorno la madre era così tanto arrabbiata che gli mandò una maledizione: Cola! Che tu possa diventare un pesce! In quel momento, Cola divenne mezzo uomo e mezzo pesce, tanto che non tornò più sulla terra ferma e divenne un punto di riferimento per i pescatori che navigavano lo Stretto. La notizia dell'esistenza di Cola Pesce giunse al Re Federico, il quale incuriosito, volle conoscerlo.
Per sfidarlo, il re gettò in mare una preziosa coppa d'oro con dei brillanti. Cola si gettò in acqua per recuperarla e riemerse poco dopo raccontando al re di aver visto caverne, montagne e valli e che la città era costruita su uno scoglio che poggiava a sua volta su 3 colonne: una sana, una scheggiata ed una rotta. Preso da entusiasmo il re volle mettere alla prova ancora una volta Cola pesce e gettò in mare un sacchetto pieno di monete d'oro, promettendogli che se fosse riemersa, avrebbe potuto sposare sua figlia.
Cola Pesce si gettò in mare, ma non riaffiorò più dalle acque. Si dice che scendendo giù si accorse che una delle colline stava per spezzarsi, così decise di rinunciare alla ricchezza e alla figlia del re e sacrificarsi per la Sicilia.
L’ETNA ED IL GIGANTE ENCELADO
Si racconta che un tempo il gigante Encelado, volendo togliere il potere a Giove, decise insieme ai suoi fratelli di raggiungere la dimora degli dei mettendo una sopra l'altra tutte le montagne più alte del mondo. Giove, irato per l'arroganza di Encelado, scagliò sui giganti un fulmine che infiammò tutto il cielo accecandoli.
Encelado, sepolto dalla montagna, non riuscendo a spostarla, cominciò a sputare fiamme dal petto che salirono fino alla vetta dell'Etna. La sua rabbia non si è ancora placata ed ogni tanto scatena ancora la sua forza emettendo calate di lava.

Aci e Galatea
Secondo la mitologia, Acireale prende il nome dal pastorello Aci, figlio del dio Pan, protettore dei monti e dei boschi. La leggenda narra del grande amore che univa Aci a Galatea, bellissima ninfa del mare dalla pelle color del latte molto cara agli dei. Ma l'amore tra i due giovani accese la gelosia del mostruoso gigante Polifemo.
Polifemo, dopo il rifiuto di Galatea scagliò sul corpo di Aci un gigantesco masso che lo schiacciò.
Appena la notizia giunse Galatea questa accorse dove era il corpo di Aci. Alla vista del suo amore gli si gettò addosso piangendo tutte le lacrime che aveva in corpo. Il pianto senza fine di Galatea destò alla compassione degli dei che vollero attenuare il suo tormento trasformando Aci in un bellissimo fiume che scende dall'Etna e sfocia nel tratto di spiaggia vicino ad Acireale, dove si incontravano i due amanti.
IL RATTO DI PROSERPINA
La dea Demetra era particolarmente amata dagli uomini. Proteggeva il lavoro dei campi, faceva maturare i frutti e biondeggiare il grano, ricopriva la terra di fiori e di erbe.
Ella aveva una figlia, Proserpina, una fanciulla bionda e soave, sempre sorridente, con due grandi occhi fiduciosi e profondi.
In un mattino sereno in cui il sole illuminava ogni cosa Proserpina, in compagnia di altre ninfe, si divertiva a correre sui prati ricoperti di erba rugiadosa e di fiori multicolori. Le splendide creature ridevano, scherzavano, gareggiavano nel raccogliere rose, giacinti, viole per fame ghirlande e adornarsi le vesti.
Ad un tratto avvenne un fatto prodigioso, un terribile boato lacerò l'aria. La terra si spaccò e dal baratro balzò fuori, su un cocchio d'oro trainato da quattro cavalli nerissimi, un dio bello e vigoroso ma dallo sguardo triste. Con le sue braccia possenti afferrò Proserpina e la trascinò con sé incitando i cavalli a correre velocemente.
Era Plutone il dio delle tenebre che, preso dalla bellezza di Proserpina, si era innamorato perdutamente di lei. Aveva chiesto e ottenuto da Giove di poterla sposare, perciò era venuto sulla terra e l'aveva rapita.
La fanciulla atterrita levò in alto terribili grida, ma nessuno udì la sua voce. Implorò il padre Giove ma questi non poté aiutarla.
I cavalli intanto galoppavano veloci. Proserpina, prima di entrare nel grembo della terra, rivolse alla madre un'ultima e disperata invocazione. Il suo grido fu così forte che montagne, boschi e prati fecero eco alla sua voce.
Demetra l'udì dall'Olimpo. Sconvolta dall'ansia, scese volando in terra. Cercò ovunque l'adorata figlia, vagò per nove giorni e nove notti. Visitò gli angoli più nascosti e lontani senza mai assaggiare né ambrosia né nettare tanto era il suo dolore. La cercò persino negli antri marini, chiese notizie all'aurora, al tramonto, ai fiumi, ma nessuno volle dirle la verità.
- Full access to our public library
- Save favorite books
- Interact with authors

- < BEGINNING
- END >
-
DOWNLOAD
-
LIKE
-
COMMENT()
-
SHARE
-
SAVE
-
BUY THIS BOOK
(from $9.59+) -
BUY THIS BOOK
(from $9.59+) - DOWNLOAD
- LIKE
- COMMENT ()
- SHARE
- SAVE
- Report
-
BUY
-
LIKE
-
COMMENT()
-
SHARE
- Excessive Violence
- Harassment
- Offensive Pictures
- Spelling & Grammar Errors
- Unfinished
- Other Problem

COMMENTS
Click 'X' to report any negative comments. Thanks!